Dic
17
Accise, che passione!
17 Dicembre 2011 | Tagged era moderna | Lascia un commento
“ Lo strumento fiscale delle accise non è stato scevro da abusi. Il carattere della temporaneità delle accise, legato a coprire i costi dell’intervento straordinario, non è stato mai rispettato dai governi.
Di volta in volta, le nuove accise si sono aggiunte alle vecchie, senza mai sostituirle. Contribuendo così ad aumentare il peso fiscale sul prezzo del carburante.
Al momento al prezzo della benzina sono applicate le seguenti accise:
1935: finanziamento della guerra di Etiopia;
1956: finanziamento della crisi di Suez;
1963: finanziamento del disastro del Vajont;
1966: finanziamento dell’alluvione di Firenze;
1968: finanziamento del terremoto del Belice;
1976: finanziamento del terremoto del Friuli;
1980: finanziamento del terremoto dell’Irpinia;
1983: finanziamento della guerra del Libano;
1996: finanziamento della missione in Bosnia;
2004: rinnovo del contratto di lavoro degli autoferrotranvieri;
Tutte queste voci, compresa la prima accisa del 1935, sono ancora oggi presenti sotto forma di accise nel prezzo dei carburanti, anche se lo scopo per cui sono nate è stato abbondantemente superato dal tempo e dalla storia”. (da OKPEDIA, accise sui carburanti)
la cosa che mi fa meditare è la perennità della guerra in Etiopia, una specie di “lotta continua”! e se dopo 56 anni non si è risolta la crisi di Suez, per riconoscenza, quante accise dovrebbe pagare Suez per risolvere la nostra? ed a Vajont quanti soldi sono arrivati? se li hanno ricevuti tutti, è evidente che, in fondo, cadavere in più, cadavere in meno, si tratta di un affare! Ed allora sbrighiamoci a buttar giù qualche diga in Sila e chiedere una nuova apposita accise che sarebbe come trovare, al posto di un laghetto, un pozzo di petrolio.
E poi, deviamolo sto “cazzo” di Arno dagli infiniti danni! E così via per i terremoti del Belice, del Friuli e dell’Irpinia.
E la guerra in Libano, durerà ancora per molto o è già finita? E la missione in Bosnia perché viene messa in bilancio come spese dello Stato e non come una partita di giro?
E gli autoferrotranvieri non è ora che la finiscano con gli scioperi visto che i loro contratti li paga il popolo italiano servito malamente sia a livello locale che nazionale?
E sono preoccupato, invece, che per i danni del terremoto dell’Aquila non si sia “investito” in accise!
Rimane comunque il fatto, a mero titolo informativo, che il Sud attende ancora il pagamento dei danni del 1908, dell’alluvione del ’51 e, via via, di quelli più recenti! Ma è meglio non dirlo altrimenti qualche accise storica che, ormai, altro non è che una truffa ai danni del popolo italiano, verrà modernizzata in tal senso!
Ago
18
Chi pagherà il conto?
18 Agosto 2011 | | 2 Commenti
La manovra fiscale, necessaria ed indispensabile per superare l’emergenza economica attuale, dovrebbe essere completata con un ulteriore “scudo” fiscale: una sorta di condono, cioè, per chi ha esportato capitali italiani all’estero.
Avessi io traslato ingenti somme di denaro al di la dei patri confini, francamente, non mi avvarrei di questa possibilità; e non per mettere in atto una sorta di apologia di reato, ma semplicemente per attirare l’attenzione su ciò che ritengo rappresenti una ingiustizia sociale: infatti il governo deve prima chiarirmi come mai sono illecite le somme trasferite da un unico soggetto mentre è lecito che tutti gli extra comunitari in Italia conducano una vita al limite dell’indigenza per inviare tutto, o quasi, il frutto del loro lavoro alle famiglie che restano negli stati di origine dove il denaro ricevuto rappresenta un ingente capitale.
Qualcuno mi ha anche osservato: “ma che vuoi che sia…!” ed io spiego prendendo spunto da una famosa frase di Ettore Petrolini che recitava: “ … servono li sordi? Chiedili a li poveri! Hanno poco ma sono tanti!!”
E dimostro anche con un esempio: una azienda registra ogni anno circa 850 operai indiani. Questi operari percepiscono in busta paga circa 900 euro cadauno. Per rimediare l’alloggio si riuniscono in gruppi di 10/12 persone e tra vitto (qualche panino imbottito e qualche birra comprata in comune ed in quantità industriale al Lidl, vera manna caduta dal cielo per le loro necessità) ed alloggio non spendono più di trecento euro. E fin qui tutto lecito!
Il problema è che i restanti seicento euro vengono regolarmente e mensilmente inviati alle famiglie in India!! In pratica, solo in quella piccola zona dell’Italia scompaiono mensilmente circa 510.000 (cinquecentodiecimila) euro che in un anno rappresentano una somma pari ad euro 6.630.000 (seimilioniseicentotrentamila) che, se permettete è una bella sommetta!
E stiamo parlando di una realtà documentabile perché si tratta di extracomunitari regolarmente registrati. Quindi se si va a vedere quanti extracomunitari in regola ci sono in Italia (ed immaginare quanti ce ne sono non regolarizzati) con le famiglie rimaste in patria dobbiamo pensare che mensilmente e legalmente in Italia si crea un piccolo disastro economico perché si tratta di somme che scompaiono dalle nostre contrade per essere investite in un territorio che prima o poi ci presenterà il conto!
Qualcuno potrebbe obiettare che si tratta di fantaeconomia, ma stamattina un radio giornale (RTL) ha dato la notizia che la Cina, che possiede in titoli la maggior parte del debito pubblico americano (indovinate come e perché) è disposta a fare un passo indietro se gli USA promettono di non sostenere l’indipendenza di Taiwan e di non intromettersi nella politica interna cinese.
Chiamatelo ricatto, ma tanto è! E cosa ne sarà se un giorno Cina, India, Marocco, Tunisia, Egitto, Albania, eccetera si presentassero in possesso di ingenti quantità di moneta nostra legalmente acquisita e legalmente (????) trasferita e non per la fornitura di beni (petrolio, gas, ecc.) ma semplicemente per accumulo di denaro per prestazioni che i nostri connazionali non vogliono effettuare perché si accontentano del sussidio di disoccupazione?
Gradirei almeno che, se a me italiano viene contestato un reato per il trasferimento di denaro all’estero, venga posto un limite annuo anche ai poveri (??) extracomunitari che come minimo dovranno fornire la tracciabilità delle restanti somme
Ago
13
Attualità in versi
13 Agosto 2011 | Tagged calabria | Lascia un commento
Il Prof. Lazzarino (Turuzzu per amici e parenti), che è stato un uomo di grande spessore culturale oltre che docente al liceo classico di Reggio Calabria, ha lasciato un libro di poesie dai toni e dagli accenti insospettabili, per chi conosceva l’uomo.
La sua pronipote, Marzia Gambardella, nonché mia cuginetta, è un’attrice teatrale molto impegnata all’estero ed il prossimo mese inizierà a Parigi la seconda stagione da protagonista di in un lavoro che già quest’anno ha portato con grande successo in giro per il mondo.
Proprio per questa sua attività ha ricevuto un riconoscimento nel corso della decima edizione del “Tiglio d’oro” che il comune di Sant’Alessio d’Aspromonte assegna a quei calabresi che, in Italia ed all’estero, tengono alto il prestigio della Regione.
Nel corso di questa premiazione, appositamente invitata dalla Commissione, ha voluto recitare una poesia del suo illustre antenato che è apparsa molto adeguata all’occasione, al luogo ed all’attualità:
PAESE DEL SUD
Un ampio respiro di brezza
t’adagia, bianco paese,
fra i colli pettinati dall’aratro.
Densi profumi mattutini d’erbe,
di frutta che matura.
Ti snodi tra vie parallele:
automobili scorrono, trattori,
mentre arrancano ai colli arditi muli
che maschi, d’ocra ruvida, cavalcano
contadini, occhi di falco.
Pubertà della terra che inverde.
Mille e mill’anni passarono
di desolata aridità. Consunte
storie e leggende resistono
a un cielo fondo, a un sole
che brucia e rigenera a un tempo
la tua speranza, o terra.
La rozza tua mano ora tendi
non per chiedere più, ma per ghermire
con forza il tuo diritto:
una giustizia che ti riscatti,
una luce d’amore che ti plachi.
Mag
23
Il Bon Ton 3
23 Maggio 2011 | | 2 Commenti
Le difficoltà di muoversi decorosamente in un contesto sociale spesso fanno la differenza determinano cioè una distinzione tra il saperci stare ed il poterci stare.
E molti sono i segni che tramezzano questa sottile differenza: se vogliamo andare sul più classico degli esempi sociali, non vedremo mai il principe di Edimburgo precedere o esaltare la sua augusta Consorte; e lo stesso vale, a ranghi invertiti tra la Regina di Spagna ed il Consorte Regnante.
Ma, ovviamente, siamo su esempi paradossali, scontati, di indiscutibile forma ma che i mezzi di informazione ed una strana, personalizzante interpretazione della globalizzazione rendono a portata di mano, facilmente riproducibile.
E tuttavia chi cerca di imitare modelli comportamentali, senza esserne abituato, averne le caratteristiche tipiche dell’occasione, sorpreso dagli eventi ma immaturo alla circostanza, alla fine altro non fa che “slappare” sulla persona cui è legato, e non per un apprezzabile senso di ammirazione, ma semplicemente per abbrancare l’attenzione globale di possesso di questo bocconcino cui si accompagna.
Il bon ton, invece, non induce a sconvenienze plateali ma suggerisce discrezione e misura ed è rigorosamente contrario alla platealità del protagonismo.
Ricordo, ad esempio, il matrimonio di Paola Ruffo di Calabria con il Principe (oggi Re) Alberto del Belgio Principe di Liegi, che avvenne in un’epoca in cui la globalizzazione era ancora lungi dall’arrivare, ma si conoscevano situazioni che pur essendo così lontane, per luoghi e ceti sociali, sembravano a portata di mano, grazie all’avvento del mezzo televisivo che cominciava a prendere posto di privilegio in tutte le abitazioni.
Alla fine della cerimonia, all’uscita della Chiesa, il picchetto d’onore, schierato frontalmente ai due lati dell’uscita, sguainò le spade e fece passare gli augusti consorti sotto un tunnel di lame.
La domenica successiva, in una chiesetta di una provincia, alla fine di una cerimonia di matrimonio gli sposi passarono sotto un tunnel di gladioli “sguainati” a mazzi da un “picchetto” di parenti ed amici addestrati per l’occasione.
Osservando che era meglio ricorrere al classico, più significativo e modesto lancio di riso, il gesto scatenò l’ilarità generale considerando anche che la cerimonia non era riservata, ma inserita nel contesto della abituale Messa domenicale.
Il pratica una figuraccia! E si dimostra che non basta copiare un gesto per passare per …. “principi ereditari”, ma spesso, senza spreco di parole, si passa per cafoni.
Mag
11
Il “Bon Ton” – segue 1
11 Maggio 2011 | | Lascia un commento
Non è facile poter parlare genericamente di “Bon Ton”; tuttavia dare una definizione più moderna all’argomento è necessario applicandosi magari praticamente per sapere di cosa si parla.
Cercando qua e la, sfogliando qualche testo sull’argomento (e ce ne sono tanti), percorrendo i vari siti internet (e ce ne sono ancora di più) gli occhi (e la mente) mi vanno a cadere su una definizione gettata là, non ricordo dove e tantomeno da chi, che mi sembra una sintesi perfetta, un sottotitolo adeguato per l’argomento: “ il Bon Ton deve partire dal rispetto degli altri e dare un senso al nostro comportamento abituale”.
Comportamento “abituale”, quindi e non atteggiamento occasionale dettato dalle circostanze. Non si può essere, cioè, pomposi e distaccati in situazioni che generalmente vengono trattate in “toni minori”: si vengono a creare sorprese che in chi le subisce provocano, se non altro, perplessità notando, di conseguenza, un non so che di mancanza di rispetto!
Se, per esempio i rapporti tra amici, parenti sono confidenziali, privi di alcuna formalità, tali rimangono se subentra un fatto nuovo che potrebbe modificare lo status di un componente il gruppo.
Cioè se esiste un rapporto confidenziale tra persone ed una/uno di questi, ad esempio, si fidanza con persona vista come ottimizzante la propria condizione sociale (confondendo sovente il sostantivo “sociale” con “economica”), non può interferire in alcun modo nei rapporti tra i componenti il gruppo: non è una grazia di Dio e, tantomeno rappresenta fiocchi di manna che cadono dal cielo su un piccolo e limitato cerchietto di terra cui si ritiene di avere il privilegio esclusivo di frequentazione.
E’ semplicemente un nuovo rapporto che magari andrà ad arricchire il singolo, ma non può scompaginare l’armonia del gruppo del quale la stima andrà consolidata nei tempi e nei modi necessari e niente e nessuno potrà garantire gratuito lasciapassare.
Vi è poi la forma che, anche se inconsciamente istituita, perfino nelle situazioni di amicizie e parentele più incallite, ha un suo percorso ecumenico, quasi rituale che, con le dovute delicatezze, va applicato senza nulla tralasciare perché ogni forma di rispetto sorvolata potrà turbare i rapporti tra persone.
Valutiamo, ad esempio, un fidanzamento ufficiale. Si è tentato negli anni di sorvolare questa ritualità, il fidanzato/a lo si è trasformato/a in amico/a, compagno/a (quando il rapporto comincia ad essere più intenso) da frasi tipo: “ci frequentiamo soltanto”, “siamo cari amici”.
E questo è avvenuto per anni, ma poi c’è stata una inversione di tendenza, un ritorno al passato, si è voluto ripristinare un tono di solennità al rapporto, dimenticando che le norme di “bon ton”, quando si ricade nel formale, non possono essere tralasciate, disattese o parzialmente applicate.
E le norme di bon ton sanciscono alcuni passaggi canonici, dal vestire al parlare, dagli inviti alle cerimonie, dai posti a tavola ai fiori, alla eventuale musica, ecc. che il buon senso consiglia di seguire per evitare di sfigurare, di incanalarsi in meandri scombinati di criticabili ritualità personalizzate e di perdere la stima anche di persone vicine, se non addirittura di cadere nel ridicolo.
La norma vuole che il primo passo lo farà la fidanzata presentando il fidanzato ai suoi genitori, magari in un ristretto conviviale in casa alla presenza dei parenti più prossimi e degli amici più stretti.
Il fidanzato si farà precedere da un mazzo di fiori (escludendo categoricamente sia le rose rosse che quelle bianche e se proprio rose si vogliono scegliere, si opterà per quelle rosa) inviato alla madre della fidanzata; a quest’ultima già avrà proposto con successo richiesta di matrimonio e consegnato, in una cena a due, il tanto sognato anello di fidanzamento compatibile con le proprie possibilità e, comunque, non eccessivamente micragnoso e tantomeno eccessivamente sbandierante.
L’indiscutibile successo dell’incontro aprirà le porte alla ufficializzazione del rapporto. E ciò avverrà in un conviviale di più allargato organizzato dal fidanzato (sia in casa che in un locale), ed in questa circostanza si incontreranno i genitori dei promessi sposi e quelli del fidanzato offriranno una cena od un rinfresco a parenti ed amici della neonata coppia.
In un tono formale tutte le altre iniziative intraprese non sono altro che fanciullaggini di giovani sofisticati che giocano a fare i grandi.
Mag
4
Il “Bon ton”
4 Maggio 2011 | | 3 Commenti
Il bon ton altro non è che norma del saper vivere, del sapersi presentare in una società che si rispetti.
Si tratta di norme comportamentali derivanti dal “Galateo” scritto da un religioso, Monsignor Giovanni della Casa, il cui titolo completo recitava testualmente:
“Trattato nel quale, sotto la persona d’un vecchio idiota
ammaestrante un suo giovanetto, si ragiona
de’ modi che si debbono o tenere o schifare
nella comune conversazione, cognominato
Galateo overo de’ costumi”.
E l’opera fu scritta addirittura tra il 1561 ed il 1555 e pubblicato nel 1558; ovviamente, visto il variare delle usanze e dei modi di vivere, nonché con l’avvento della tecnologia si ravvisò sempre l’intima necessità di aggiungere nuove regole, di codificare nuove norme comportamentali adeguando quelle esistenti al moderno modus vivendi, sottoponendo le necessità attuali al senso del buon gusto che, costituendo pur sempre un galateo aggiornato, si preferisce definirle genericamente norme di “bon ton”, cui con piacere si sottopone la borghesia medio alta nonché l’aristocrazia per distinguersi, per dimostrare un impostazione sociale di certo rispetto.
Il bon ton malauguratamente non da vie d’uscita, non da approssimazione non può essere mimetizzato da vestiti firmati e sovente di pessimo gusto, da acconciature sovrabbondanti o da gioielli appariscenti e spesso inadeguati: Il “bon ton” è semplicemente “bon ton”, senza sinonimi, infingimenti, esagerazioni, atteggiamenti, imitazioni; e chi sta fuori da regole precise che non gli appartengono viene immediatamente identificato, catalogato ed emarginato senza prove di appello, se non addirittura deriso.
Il periodo peggiore nella vita, in cui inconsapevolmente si sente la necessità di distinguersi, di emergere è quello dell’adolescenza e della giovinezza, proprio perché in un mondo così erroneamente globalizzato vi è la naturale tendenza del presuntuoso adeguamento basato molto più a “ciò che si ha” piuttosto “che a ciò che si è”; presumendo cioè che la capacità economica costituisca un solido lasciapassare nei ranghi, senza considerare che, invece, è una fragile vetrina per critiche, giudizi e valutazioni che portano inevitabilmente ad una sorta di emarginazione sociale.
La classe non è acqua, si celebrava non molto tempo fa, ma soprattutto lo “status” non è vendibile, non è acquistabile ma lo si conosce con rigoroso apprendimento seguito da disciplina comportamentale costante.
I salotti, le “tavole” (pranzi, cene, giochi), i balli, gli eventi sociali nel loro complessivo evolversi (fidanzamenti, matrimoni, lauree, comunioni e finanche lutti) costituiscono continui esami di impegno codificato cui ci si sottopone nell’arco della vita che aggiungono o limitano la stima in un ambiente.
Ed il compendio di tutto ciò lo si trova in un aforisma di Luigi Pirandello che testualmente recita: “È molto più facile essere un eroe che un galantuomo. Eroi si può essere ogni tanto, galantuomini sempre”
E senza prove di appello!
Apr
2
150 portati male
2 Aprile 2011 | | Lascia un commento
La colonizzazione della Libia è costata, in termini di soldoni, parecchie miliardi delle vecchie lire, quale risarcimento dei danni causati dall’esercito italiano in un territorio che, all’epoca, era universalmente riconosciuto quale territorio italiano.
Oltre, ovviamente a tutti i beni sequestrati alle aziende ed alle famiglie italiane con l’avvento di Gheddafi, da nessuno risarcite, e che in fondo hanno portato ricchezza e modernità in quel territorio.
All’inizio degli anni 2000 cominciò a prendere forma la necessità addirittura di un “grande gesto”, di una azione simbolica da parte dello stato Italiano.
Tutta l’opera diplomatica si concluse con il trattato di Bengasi, articolato in varie fasi, che non si riporta perché non è utile alle presenti considerazioni.
Ribadiamo comunque che si tratta di un riconoscimento territoriale e di danni apportati ad una comunità di tribù che si va a racchiudere nel territorio nord africano riconosciuto universalmente come “Libia”.
L’Italia pre unitaria era fisicamente composta da molti Stati con un solo comun denominatore che li univa: la Massoneria.
Era suddivisa in stati così diversi tra loro per cultura, politica, lingua, economia, arte, territorio ed anche densità di popolazione.
Lo Stato più avanzato era il Regno delle due Sicilia, avanzato da un punto di vista culturale, politico amministrativo, agricolo, industriale, forte anche delle materie prime che estraeva dal sottosuolo.
Anche la Massoneria presente nel Regno era atipica, perché si trattava di una massoneria filo-governativa, seguendo una tradizione instaurata da Murat.
Nel resto del paese aleggiavano ideali unitari che, proprio attraverso la Massoneria penetrarono anche nel territorio meridionale, ispirando le menti più progressiste a questa necessità di unione.
Ma mentre gli “ideali” unitari tormentavano i benpensanti c’era chi leggeva in questi aneliti la soluzione a qualche problemuccio del suo Stato se non della sua famiglia.
E fu così che la storia ci racconta della spedizione dei Mille, omettendo però di sottolineare che non si trattava di mille personaggi estrazione pura dalle migliori dinastie del nord, bensì di un interminabile elenco di malviventi prelevati dalle galere del nord cui veniva prospettata con questa operazione la purificazione di vicende che rappresentavano l’ imbarazzo del loro passato.
Nessuno si può ancora illudere che questo migliaio di vergogna dell’epoca potesse competere con l’organizzato esercito borbonico se, a monte, non fosse stato tutto programmato sul territorio.
Come si fa ancora a credere che tre barconi piuttosto malandati potessero attraversare il tirreno meridionale senza essere notati da quella che all’epoca era la più grossa flotta navale del mediterraneo, seconda in Europa solo alla marineria del Regno Unito?
È chiaro che tutto era pianificato sia in terra che in mare senza dover dimenticare che, dopo l’unità, Giuseppe Garibaldi si contraddistingueva, in seno alla Massoneria con riconoscimento vitalizio quale Gran Commendatore, Gran Maestro dell’Oriente di Palermo e, certamente, non per meriti post unitari acquisiti in loco.
Sulla bontà dell’operazione da un punto di vista ideale non si ha motivo di dubitare, come non si ha motivo di dubitare della buona fede sia di Garibaldi che di Mazzini, che oserei definire rispettivamente il realizzatore ed il teorico ispiratore di tutta l’operazione.
Ma l’idea iniziale fu di uno stato repubblicano, irrealizzabile all’epoca se prima non si riuniva tutto il territorio sotto un’unica bandiera che Garibaldi, molto amico di Vittorio Emanuele 2°, decise di offrire alla benevolenza dei Savoia, ingorda dinastia nelle mani di quel Camillo Benso Conte di Cavour che, in realtà fu il grande ispiratore di tutte le immonde conseguenze capitate al meridione in seguito a questa operazione.
Operazione che non può più essere definita con tutti gli aggettivi tanto cari agli stupidi e servili storici, piccoli pennivendoli al servizio del vincitore, ma va chiamata con il suo vero nome che altri non è se non: colonizzazione!
La fiorente economia del Regno delle due Sicilie fu praticamente rapinata di tutto il patrimonio monetario per sanare tutti i debiti dei Sardo Piemontesi.
Fu annientata l’economia, fiorente:
distrutte le industrie siderurgiche di Mongiana impiantate in quel territorio quale primo esempio reale e pratico di filiera vista la presenza nel sottosuolo della materia prima tutt’ora presente anche se inutilizzata;
Distrutti i cantieri navali di Napoli e Palermo;
Distrutte le aziende tessili, le filande che producevano seta di primissima qualità mondiale con il baco prodotto in loco;
Distrutta l’economia agricola cui erano dediti oltre il 50% delle unità lavorative di tutto il territorio post unitario;
Costretti i giovani all’emigrazione di massa.
Ma soprattutto: gli eccidi! Il primo esempio di campi di concentramento fu concepito dai piemontesi con l’utilizzo della fortezza di Fenestrelle (migliaia di meridionali morti di freddo e di fame!), distruzione, per semplice rappresaglia, con stupri, esecuzione sommaria e crimini di ogni genere contro gli abitanti di cittadine come Gaeta, Pontelandolfo, Casalduni.
Giordano Bruno Guerri, toscano di origine, storico opinionista dichiarò con la sua tranquilla semplicità, in occasione di un passaggio durante la commemorazione dei 150 anni di unità nazionale: “bisogna discuterne degli errori che si ripetono, se vogliamo arrivare ai 200 anni”.
Giordano Bruno Guerri, cioè ritiene che bisogna riparare ad una grande menzogna storica, dare soprattutto l’informazione al momento della formazione delle coscienze, cioè nelle scuole dove sino ad oggi è filtrato di tutto fuorché la notizia.
Di tutto ciò si è sempre sentito parlare solo di “questione meridionale” e riparandosi dietro questo teorema si da voce alle pretese della Padania, che ipotizza quale garanzia del benessere acquisito solo la soluzione del Federalismo.
Ma con ciò si continua a nascondere lo sciacallaggio che seguita a perpetrarsi a danno del sud, lo sciacallaggio economico favorito da leggi speciali per il sud cui attingono solo le potenti aziende del nord che, appena acquisiti i benefici, scompaiono nel nulla: non ultima la stessa Fiat, l’Alfa Romeo, le industrie tessili di Cetraro, i finanziamenti CEE deviati a coprire inadempienze del Nord (vedi contravvenzioni quote latte), la Liquichimica di Saline joniche e così via.
Però, mentre si attua “il grande gesto” a favore della Libia, o si discute per mesi sulla inopportuna richiesta di risarcimento danni del principe “Piripicchio” si continua a ritenere il Sud quale unica palla al piede per il progresso del Nord, si criticano le mafie meridionali cui, come ormai ampiamente dimostrato da letteratura e cronache recenti, si da loro ospitalità nello sviluppo economico del Nord, applicando il vecchio teorema che il denaro non puzza.
Ma il passato non sta li a dormire, egregio onorevole Bossi, ritorna! Ed il sud non chiede il “grande gesto”, non sa che farsene! Ma se il suo teorema prenderà definitivamente piede è inevitabile una riflessione storica ma soprattutto una revisione storica e contabile dei danni morali e materiali subiti da tutti gli stati centromeridionali (è giusto anche ricordare l’eccidio di Gaeta e la distruzione del suo territorio) anche con leggi speciali ma veramente destinate ai residenti meridionali. Certamente anche la “banca del sud” non può essere quella in embrione, più simile all’isola che non c’è che ad un reale Istituto di Credito.
E vista la revisione costituzionale tanto caldeggiata sarebbe opportuno che il federalismo preveda in parlamento non una rappresentanza proporzionale, ma che ogni regione abbia la stessa numerica rappresentanza in parlamento di tutte le altre e cioè, ad esempio (per non essere fraintesi): 10 membri la Lombardia o la Sicilia? E dieci membri la Basilicata o il Trentino!
Ma queste sono solo illusioni: si pensi al neo ministro Galan, che dalle sue prime esternazioni sembra essere più che altro il ministro dell’ignoranza. Una dichiarazione ha particolarmente indignato: “chi lo dice che i Bronzi di Riace devono rimanere a Reggio Calabria solo perché sono stati trovati nel mare di quella provincia?”
Orbene, se invece di fare il mandrillo nel tentativo di rapinare ancora una volta il sud, perché non va a riprendersi “la Gioconda”? In fondo anche noi abbiamo restituito all’origine la stele di Axum!!!
E certamente in questo contesto mi piacerebbe vedere la sua disponibilità nel trasferire, ad esempio, i circa tremila dipinti della pittura veneta dal ’300 al ’900 (Giotto, Guariento, Bellini,Giorgione, Romanino, Tiziano, Bassano, Veronese, Tintoretto, Strozzi, Piazzetta, Tiepolo) dal Museo d’Arte Medioevale e Moderna della sua città, Padova, al museo della città dello stretto, che, ad onor del vero, può farne anche a meno perchè già ricca di dipinti (anche più preziosi di quelli sopra elencati e di cui fortunatamente questo ministro non ne conosce l’esistenza), ma fermamente interessata a conservare i suoi tesori nel quasi completamente restaurato museo e di prossima riapertura.
E all’inaugurazione la città dello stretto farà chiaramente a meno di cotanta prosopopea!
Dic
11
Per qualche Euro in più?
11 Dicembre 2010 | | Lascia un commento
Riporto nella sua interezza un articolo di Davide Giacalone, giornalista scrittore ed opinionista di RTL 102.5.
Se ciò fosse vero devo dedurne che anche la Corte Costituzionale si sia ridotta alla giustizia delle “tre carte” e solo per rimediare quanto più sia possibile pensioncine faraonica “anticipate” . E pertanto credo che questo Stato sia veramente “alla frutta”
“Corte e cortigiani.
Non so se iniziare segnalando la vergogna di una Corte Costituzionale che continua a calpestare la Costituzione, oppure ricordando le mie capacità divinatorie. Difatti, il 23 novembre 2008, dalle colonne di questo giornale, commentando la scandalosa elezione di Giovanni Maria Flick a presidente della Corte, feci due previsioni: il suo successore sarà Francesco Amirante, cui seguirà Ugo De Siervo. Centrate. Facevo anche una terza previsione: dopo De Siervo, nell’aprile del 2011, eleggeranno presidente Paolo Maddalena. E così andranno le cose, a meno che non si verifichi un auspicabile sussulto di dignità, o un non augurabile intervento della natura. Tutto questo non sarebbe possibile se i custodi della Costituzione la rispettassero.
Leggiamo l’articolo 135 della Costituzione, quinto comma: “La Corte elegge tra i suoi componenti (…) il presidente, che rimane in carica per un triennio, ed è rieleggibile (…)”. Non c’è scritto che rimane in carica “un massimo” di tre anni, ma che presiede per un triennio, rinnovabile. I Padri costituenti avevano le idee chiare, tanto è vero che aggiunsero, per prudenza e conoscendo il pollame italico: ferme restando le scadenze dei mandati. Tradotto: se eleggete presidente uno che sta per andare via, non per questo rimane in carica altri tre anni. Quindi: può essere eletto solo chi ha almeno tre anni di mandato davanti. Meglio sei, per contemplare l’ipotesi del rinnovo. E così è stato, fino agli anni novanta, epoca di disfacimento istituzionale. In chiusura di secolo è partito il malcostume di mandare in pensione il più alto numero possibile di giudici costituzionale con il titolo di presidente emerito (30.000 euro al mese, macchina e autisti a vita, e diritto d’insegnare dove gli pare). Grazie al positivo prolungarsi della vita, avremo più presidenti emeriti che giudici costituzionali.
Il criterio dell’anzianità di servizio è incostituzionale, ma è anche rivelatore di una misera decadenza della più alta Corte a luogo di connivenza carrieristica, quindi di cortigiani. Quando elessero presidente Flick (14 novembre 2008), già ministro prodiano e destinatario di nomine dalemiane, deprecai il disgustoso spettacolo della presidenza trimestrale, feste di Natale comprese. Egli decise di replicare, invitando a leggere il discorso d’insediamento. Qui si trova scritto: “l’elezione del giudice anziano (…) è prassi largamente prevalente rispetto alla regola del triennio, posta dai Padri Costituenti”. Che è la puntuale, arrogante e anche insensibile conferma della mia denuncia: calpestano il dettato costituzionale.
Tutto questo i signori giudici lo sanno benissimo, al punto che quando fu eletto Amirante ci fu una solitaria scheda bianca (a parte quella dell’interessato, spero), mentre ieri De Siervo è prevalso per un solo voto su Alfonso Quaranta (che scade nel 2013). La vergogna, insomma, comincia a farsi strada e, chissà, potrebbe minacciare l’elezione di Maddalena. A quel punto, però, neanche Quaranta avrà più tre anni davanti. In ogni caso, li ritroveremo tutti fotografati in smoking e farfallino, intenti a sporchettare in una qualche prima musicale e teatrale, avendo conquistato il loro posto nel cafonal costituzionale.
Questi giudizi che mi cascano dalla penna, con il groppo in gola per l’amore che portiamo al diritto e alla Costituzione, ma a stento trattenendo un’indignazione che reclamerebbe un linguaggio più crudo e ruvido, prescindono completamente dal fatto che questi protoemeriti sono de sinistra. Affari loro. Di una cosa, però, sono sicuro: se non lo fossero non ce ne staremmo solitari, a scriverne in questi termini, se non lo fossero ci sarebbe una qualche cattedrina di diritto costituzionale che non se la farebbe sotto nell’additare lo sconcio. Invece, tutti zitti, questi maestri di viltà.
In ultimo, e venendo ai contenuti della breve presidenza De Siervo. Insediandosi ha preso la prima decisione: l’udienza sul legittimo impedimento, originariamente fissata al 14 dicembre, è spostata all’11 o 25 gennaio. Perché, ha detto, è bene evitare un “eccessivo sovraccarico mediatico in un clima esterno infuocato”. Ora, a parte l’italiano oramai flesso alle esigenze di una lingua imbastardita e non dicente, e a parte che il clima di gennaio sarà più sereno solo nella fantasia politicante di chi crede di potersi permettere discorsi alla Nazione, faccio osservare che il richiamo al contesto esterno è esattamente ciò da cui i fortissimi privilegi di quei giudici dovrebbero tenerli lontani, mentre parlarne, con tanta compiaciuta conquista della ribalta, equivale ad alimentarne le fiamme.
Ove mai esistesse, la politica dovrebbe reagire. Tutto, invece, scorrerà nel vuoto mentale e morale di una classe non meno arrivista e priva di senso delle istituzioni. Sicché mi resta la speranza che ad indignarsi siano i cittadini, o, almeno, quanti fra loro hanno conservato un ricordo di quella cosa polverosa e brodolante cui ancora ci sentiamo legati: il senso dello Stato.”
Ott
17
Malu tempu! (cattivo tempo)
17 Ottobre 2010 | Tagged calabria | Lascia un commento


Reggio Calabria 3 settembre 2010: il torrente San Biagio è un affluente del torrente Gallico. Per i lavori di rifacimento del ponte che lo attraversa è stata costruita una passerella poggiata su tubi di cemento che avrebbero dovuto garantire il deflusso di eventuali acque.
Costruito il nuovo ponte la passerella doveva essere rimossa, ma poiché il torrente San Biagio non è mai stato un corso d’acqua “fastidioso” i lavori di rimozione furono sempre rimandati non tenendo conto che, proprio per questo …”silenzio” del torrente un eccesso di pioggia come quella del 3 settembre 2010 avrebbe rimosso tutti i materiali che nel tempo si erano accumulati nel greto del torrente.
Materiali che, raggiungendo la passerella hanno formato un vero e proprio “tappo” con conseguente esondazione del torrente.
Conseguenza: ingenti danni alle abitazioni ed ai terreni circostanti e per mera fortuna non si sono avute conseguenze ben più gravi anche alle persone.
Fortuna anche che il torrente non ha raggiunto con la sua piena il torrente Gallico di cui, come già detto, è affluente. Infatti se questo evento si fosse verificato tutti i detriti trasportati dalle acque si sarebbero impattati contro il fitto canneto sorto a pieno letto nel “Gallico”. Le conseguenze sarebbero state indescrivibili sia in caso di esondazione di questo torrente di grande portata sia in caso di crollo della “diga naturale” che si sarebbe formata.
Ed dei guai che si creano con la rottura di un bacino ne ha dato ampia dimostrazione il torrente “bandiera”, nella frazione Archi di Reggio Calabria, affluente del torrente Scaccioti.
Infatti questo corso d’acqua, anche se lungo appena qualche chilometro, è molto “nervoso” perché scorre in una gola profonda con argini molto ripidi. Nella parte terminale il torrente è stato incanalato in un letto che sarebbe stato più che sufficiente se la manutenzione venisse svolta regolarmente. Invece no! Questo letto per la sua posizione negli anni è risultato molto comodo a chi doveva disfarsi di elettrodomestici o mobili vecchi, ma talmente comodo che si è creato nel tempo di imbecille incuria un vero e proprio sbarramento.
In pratica una “diga” prossimale determinata dalla ottusità umana. Una diga che non resistendo all’acqua torrenziale di inizio settembre, è crollata in un punto che ha fatto scaricare il bacino in una zona della città ad ampia insistenza abitativa (edilizia economica e popolare) raggiungendo poi attraverso un “tombino ferroviario” una zona residenziale procurando ingenti danni alle abitazioni ed allagando il “Circolo di Società”, una società di grande tradizione storica, rovinando in maniera grave tutti gli arredi pregiati e, soprattutto, danneggiando in modo irrecuperabile gran parte della biblioteca storica.
Ma quando si parla di imbecillità non si può tralasciare di richiamare alla memoria un evento accaduto nel recente passato e che un giornale locale ha più volte denunciato senza esito.
Nella zona di cui stiamo parlando, zona nord della città, esiste, tra l’altro un torrentello apparentemente insignificante: il torrente “Corvo”.
Questo torrente, costeggiando nella parte terminale la via Vecchia provinciale, sfociava in altro torrente: il torrente Condorato.
Recentemente è stato realizzato un enorme fabbricato e questo tratto del torrente corvo impediva l’apertura di proficui magazzini sulla via Vecchia Provinciale. In una città dove è concesso tutto ed il contrario di tutto, malgrado le ripetute segnalazioni del periodico
locale il torrente Corvo è stato “TAPPATO” con una opera in pietra e cemento; ed il letto del torrente che costeggiava la via vecchia Provinciale è stato utilizzato per creare le cosiddette “zone di convenzione con il comune” che in ogni costruendo edificio devono essere lasciati liberi per “servizi”. Zone che devono insistere su suolo privato opportunamente ceduto “in Convenzione” al Comune, e nessuna zona demaniale può essere utilizzata per questo scopo!
La conseguente esondazione a monte, con allagamento di un’ area residenziale, altro non è che logica conseguenza di
arroganza ed ottusità, dato che è imprevedibile il danno che in futuro potrà causare a persone e a cose questo corso d’acqua ostruito.
Ed in questo caso nemmeno la Pubblica Amministrazione potrà “far spalluccia” anche perché si tratta di evento ampiamente denunciato.
E il pericolo è stato confermato dalle piogge dei giorni successivi a quelle in questione. Piogge che pur di intensità minore a quelle del 3 settembre, hanno allagato di nuovo il Circolo di Società, hanno fatto esondare ancora il torrente Corvo (che privato del suo originario corso e senza poter trovare nemmeno sfogo nei canali di scarico della Via Vecchia provinciale, eternamente ostruiti e da sempre privati di alcuna manutenzione), hanno allagato vaste zone in città
(vedi Via Marina in prossimità della stazione), bloccato strade ostruite da detriti danneggiato abitazioni ed esercizi commerciali: e solo per mera fortuna non ci è scappato il morto, nella totale ed assoluta indifferenza della pubblica amministrazione.
E le Circoscrizioni? E l’Amministrazione Comunale, sopratutto? Beh, stendiamo un velo pietoso, visto che si continuano a rilasciare licenze edilizie apparentemente in netto contrasto con lo strumento urbanistico vigente, e soprattutto senza alcuna cautela, addirittura in prossimità (proprio accanto, a contatto) di torrenti che più volte hanno dimostrato la loro pericolosità ed il cui letto, tra l’altro, è più alto rispetto al terreno su cui si costruisce!
Ott
7
filetti di Alletterato in crosta di pane
7 Ottobre 2010 | Tagged ricette pesce | Lascia un commento
con 500 gr. di farina, un dado di lievito di birra, due cucchiai di olio, un cucchiaino di sale e mezzo di zucchero preparare l’impasto per il pane con 250 cl di acqua tiepida e mettere a lievitare per circa 20 minuti in un ambiente a 35°.
sfilettare un alletterato e, quando pronto, stendere l’impasto pane (piuttosto sottile) e metterne la metà in una idonea teglia da forno.
scucchiaiare un po di salsa di pomodorini piuttosto ristretta e aggiungere un filo di olio.
adagiare i filetti del pesce ed aromatizzare con pomodorini, olive, capperi, pepe nero, origano e quant’altro si desidera. aggiungere ancora un filo di olio e, dopo avere inumidito i bordi, piegare sopra l’altra metà dell’impasto pane, sigillando molto bene.
Infornare a forno caldo a 195 – 200° sino a quando la crosta di pane non risulterà ben cotta (circa 25/30 minuti)
tagliare la parte superiore del contenitore – pane e, poggiarlo sul piatto e su questo dividere il pesce con tutti gli ingredienti. Srvire ben caldo!

Set
9
Suggerimento alluvionale
9 Settembre 2010 | Tagged attualita | 1 Commento

Tombini
Lancio un’idea progettuale per salvarsi dalle intemperie alluvionali:
DOSI:
Consiglieri comunali 2
Assessori 1
Funzionari comunali 4
Pinne 6
Pagaie 4
Cordame qb
Tavole da carpenteria usate qb
Prestare molta attenzione alle previsioni del tempo in modo di essere opportuni per l’operazione.
Scegliere due consiglieri comunali ed un assessore da mettere al centro e munirli di boccaglio e pinne.
Dar loro una buona dose di olio di ricino e propinare due litri di clistere molto oleoso; attendere lo svuotamento e legarli bene tra loro tenendo presente che il grande volume addominale (svuotato) di cui sono certamente dotati garantisce loro grande galleggiabilità!
Coperti con un pontile leggero di tavole da carpenteria (facilmente rimediabili anche usate) prendere quattro funzionari comunali o progettisti convenzionati con il comune (i più fortunati tenteranno di accaparrarsi quelli dell’ufficio tecnico o dell’urbanistica) e munirli di apposita pagaia.
Per ogni barchino così composto (noto come trimarano) far salire una famiglia (max 5 adulti) ed attendere l’inondazione prevista e far pinneggiare e pagaiare con energia contro corrente.
Le cazzate commesse durante il loro mandato istituzionale saranno carburante sufficiente per affrontare qualunque violenza idrica formata da torrenti mal costruiti o non mano tenuti, da emergenze fognarie non sufficienti o progettate con inidonee pendenze.
Visto che i responsabili dei progetti esistono solo per mera formalità e nessuno mai paga nulla, almeno così si avrà la formula soddisfacente del: “loro sbagliano e loro remano!”
Lug
28
Così è nata l’Italia
28 Luglio 2010 | Tagged storia | Lascia un commento
L’intervista a Pino Aprile, autore del libro “Terroni”, in onda su rai due in tarda nottata di due /tre giorni fa si collega integra e richiama alcuni post scritti su questo Blog.
La storia vista dal lato degli sconfitti è tutta un’altra storia e credo che vada letta, vista, ascoltata nel tentativo di dare almeno verità al nostro passato, capire meglio il presente e sperare per il futuro!
http://www.youtube.com/watch?v=wWGjd1TKlR4
http://www.youtube.com/watch?v=O66fr1Q0jnk
http://www.youtube.com/watch?v=njhzv6RRKbg
Lug
17
Palermo, danneggiate le due statue di Falcone e Borsellino
17 Luglio 2010 | Tagged cronaca | 2 Commenti
di Apcom
Roma, 17 lug. (Apcom) – Alla vigilia dell’anniversario della strage di capaci, avvenuta il 19 luglio del 1992 e nella quale morirono il giudice Paolo Borsellino e i suoi cinque agenti di scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina, stamattina a Palermo sono state danneggiate le due statue in gesso raffiguranti i giudici Falcone e Borsellino, che erano state posizionate appena ieri pomeriggio tra piazza Castelnuovo e Via Quintino Sella.
Dell’accaduto si sono accorti i carabinieri attorno alle 9.30 di stamattina, durante un giro di perlustrazione. Le statue, realizzate dallo scultore palermitano Tommaso Domina, erano state poste sul marciapiede parallelamente a via Libertà insieme ai rappresentanti dell’associazione Falcone/Borsellino di Palermo.
Sull’”ignobile gesto”, spiegano le forze dell’ordine, indagano i carabinieri della compagnia Piazza Verdi: sul posto sono intervenuti anche agenti della sezione investigazioni scientifiche del comando provinciale carabinieri di Palermo per i rilievi tecnici.
Questa la notizia, e siamo a Palermo! Si vorrebbe evitare di entrare nei particolari anche se non si può omettere di suggerire al redattore di Tiscali di rivedersi le date dei due attentati, visto che il 19 luglio del 1992 è la data della strage di via Mariano D’Amelio e non quella di Capaci (avvenuta due mesi prima).
Tuttavia vogliamo attenerci a questo ultimo episodio opera di qualche irriducibile idiota che vuol far notare la sua “sinistra presenza” in concomitanza con un così triste anniversario
Spesso sento blaterare “progresso”. Ma avete mai visto giovani dell’entroterra italiano (attenti: non dico “meridionale”, parlo dell’entroterra ITALIANO!), avete mai parlato con loro, sapere con cosa si confrontano e quali sono i loro modelli? Fossero solo gli anziani sarebbe facile dedurre che presto il cambio generazionale distruggerebbe una mentalità superata, un atteggiamento discutibile, uno spirito limitato.
Ma trattandosi di giovani sempre più senza speranza quale e dove sta il progresso?
Certamente non in questo ultimo gesto indubbiamente frutto di masturbazione mentale che non reca alcun utile nemmeno al più irriducibile dei mafiosi, che non dimostra nulla salvo quanto sia ancora illimitata la procreazione di inutili cretini
Dic
24
Non è natalizio, ma in questo caso ci sta lo stesso: le condoglianze!
24 Dicembre 2009 | Tagged familiari, storie | 2 Commenti
Si parla degli anni settanta, il fatto va inquadrato in un paesino della costiera ionica calabrese. E più precisamente l’ambientazione va immagianata in una stanza, se così può chiamarsi una specie di palazzetto dello sport, di una di quelle case antiche ancora esistenti nella zona.
Dic
24
auguri
24 Dicembre 2009 | Tagged auguri | 3 Commenti
Buon Natale e felice anno a tutti
Nov
11
Dal BLOG di OLiverio Beha: Chi vaccina i vaccini?
11 Novembre 2009 | Tagged sanit | 3 Commenti
Riporto testualmente dal blog di Oliverio Beha
Ott
16
Per qualche euro in più: Calabria regione denuclearizzata
16 Ottobre 2009 | Tagged calabria | 3 Commenti

La campagna mediatica in corso, le proteste degli operatori di settore, non lasciano via di scampo.
Set
18
Per qualche euro in più: radioattività, l’intreccio politico mafioso istituzionale
18 Settembre 2009 | Tagged radioattivit | 2 Commenti

I media, si sa, ogni tanto si creano il ritornello del giorno, l’argomento più ad effetto del periodo: ed ognuno dice la sua, fanno a chi la spara più grossa, e giù, tanto per coniugare l’oggetto dell’argomento, "aggettivi a perdere".
Ago
29
Per qualche euro in più: Calabria radioattiva
29 Agosto 2009 | Tagged euro, qualche | 1 Commento

Era inevitabile! Era impossibile che la cronaca non tornasse ad occuparsi delle cosiddette "carrette del mare", di quelle navi, cioè, che la malavita organizzata ha affondato in prossimità delle coste calabresi, siciliane e di quelle della penisola balcanica oltre che in altri punti del mediterraneo, carichi di materiali nucleari radioattivi, che qualche buontempone ignorante definisce "scorie" non tenendo conto che, se anche tali, non perdono la loro radioattività.
Lug
13
Relazione integrale Commissione d’inchiesta Ufficio Urbanistica comune di Reggio Calabria
13 Luglio 2009 | Tagged calabria | Lascia un commento
Chiedo scusa, ma un documento così è unico nel suo genere e non si può sintetizzare!




